Si apre in una nuova scheda

Un testimone di carta

Un testimone di carta

di Michelangelo Iossa
 

C’è un silenzio, a Napoli, che non è mai vera assenza di rumore. È un silenzio denso, vischioso, fatto di attese e di memorie che scelgono di restare piantate nel petto come piccole grandi schegge di vetro. Quel 23 settembre del 1986, nella Chiesa del Sacro Cuore al Vomero, il silenzio era ‘denso’. Era passato solo un anno da quando il buio aveva provato a spegnere il sorriso di un giornalista del quotidiano “Il Mattino”, Giancarlo Siani.
Io avevo dodici anni, le ginocchia ancora segnate dalle corse e quella timidezza che ti fa sentire sempre un po’ ‘sghembo’, sempre sul ciglio delle cose, tranne quando le parole – quelle scritte, quelle pensate nel cuore di un’aula scolastica – diventano uno scudo e una bussola. Eravamo nel complesso dei Salesiani. Lì, tra quelle mura, Giancarlo non era il “cronista coraggioso” delle prime pagine; era il ragazzo che giocava a pallavolo, saltava sottorete, che insegnava ai più piccoli che la vita è un gioco di squadra, un passaggio pulito, un salto verso l’alto per guardare oltre la rete della rassegnazione.
Il mio professore di Educazione Musicale, Osvaldo Crisci, e Don Fabio, che allora ci insegnava religione e oggi guida quella stessa parrocchia nata nel segno di Don Bosco, mi spinsero verso l’altare. Avevo scritto un tema, uno di quegli esercizi di scuola che di solito finiscono chiusi in un cassetto. Ma quel foglio era diverso. Era una lettera indirizzata a chi non poteva più rispondere, se non attraverso il vento.
Solo pochi istanti prima di salire quei gradini, il professor Crisci mi disse che avrei dovuto leggere il mio tema davanti ai genitori di Giancarlo. Sentii il cuore rimbombare nelle orecchie come un tamburo lontano. Ero abituato a leggere i salmi o le Lettere di San Paolo (era il mio trucco per “dribblare” i doveri da chierichetto e per sperimentare la lettura al microfono), ma quella volta la carta mi scottava tra le dita.
“Con il tuo insegnamento di giustizia ci hai aperto la strada. Siamo sicuri di farcela”, lessi. La mia voce, solitamente sottile, trovò un’eco che non sapevo di possedere. Non stavo leggendo un compito: stavo gridando una promessa. Quando scesi, la madre di Giancarlo mi venne incontro. Mi strinse in un abbraccio che sapeva di dolcezza e di pianto trattenuto, un abbraccio che non dimenticherò mai. Mi chiese quale fosse il mio nome. “Posso tenere il tuo tema? Lo conserverò tra le cose sue, tra i ricordi di Giancarlo”, sussurrò. In quel momento, nella penombra della chiesa, capii che il giornalismo non è soltanto un mestiere. Capii che le parole di Giancarlo non erano morte con lui sotto il fango dei proiettili, ma stavano viaggiando come una fiamma in una notte senza luna.
Senza saperlo, ero diventato uno dei “ragazzi di Giancarlo” e ho scelto – a 19 anni – di fare il giornalista.
Per anni ho avvertito la sua presenza gentile e l’ho ‘sentito’ tra i palazzi di via Romaniello, dove ho vissuto dal 2006 al 2013, camminando sugli stessi marciapiedi e sulle strade che lui percorreva con la sua Mehari verde. Un filo di seta che il destino ha voluto riannodare nel 2025, l’anno del quarantesimo anniversario.
Condividere con suo fratello Paolo alcuni momenti-chiave del 2025 è stato come chiudere un cerchio magico e doloroso. Lo sguardo di Paolo, così simile a quello di Giancarlo e così dolcemente fiero, ha accompagnato momenti che porto dentro come tesori: gli incontri nelle scuole dove il nome di Giancarlo fa ancora brillare gli occhi dei ragazzi, l’evento del FAI “Le parole di Giancarlo” nella Biblioteca di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano dove è custodita la Mehari, e quel pomeriggio struggente in cui la musica si è fatta carne. Maurizio Capone che suona il cofano della Mehari verde, trasformando la lamiera di un’auto che fu teatro di morte in una percussione preziosa, vibrante, colma di emozione. E poi la riedizione di “Troppo in fondo”, quel grido dei SeiSeiSei che nel 1985 ebbe il coraggio di essere la prima canzone anticamorra.
Oggi, condividendo questo mio ricordo con la Fondazione Giancarlo Siani, ripenso a quell’articolo de Il Mattino del 24 settembre 1986 in cui veniva raccontato il pomeriggio di 40 anni fa, vissuto nella Chiesa dei Salesiani. “Michelangelo, II media”. Quel dodicenne è ancora qui, e scrive ancora per onorare quella strada aperta da Giancarlo. Perché la memoria non è un museo polveroso, ma un cantiere aperto. E finché ci sarà qualcuno pronto a raccontare, Giancarlo continuerà a giocare la sua partita più importante.
Grazie di cuore, Paolo, di vero cuore.
Grazie a Gianmario e Ludovica, testimoni di una stagione fatta di memoria e memorie, di legalità e condivisione.
Grazie, Giancarlo.
Siamo ancora qui, e non abbiamo smesso di credere che possiamo farcela.