Si apre in una nuova scheda

Era soltanto Giancarlo

di Giovanni Taranto
Ho conosciuto Giancarlo all’inizio degli anni ’80. Lui era ancora semplicemente Giancarlo. Io un liceale del classico “Croce” che sognava di fare il giornalista e vedeva in lui il cronista “arrivato” di un quotidiano nazionale.
Quando ci fummo conosciuti meglio, provò a spiegarmi con pazienza e amarezza, che il suo viaggio nella professione era appena all’inizio. Che era un abusivo ricco soprattutto di promesse: lavoro duro, compenso da fame e trattamento non certo affettuoso.
Cominciò così ad aprirmi gli occhi sulla realtà di questa professione che, fino ad allora, avevo idealizzato. Ancora non sapevo che proprio lui me ne avrebbe mostrato ben altri risvolti, e purtroppo nel modo più tragico.
Le nostre strade si incrociarono a più riprese, dandoci inaspettatamente occasione di vederci, parlarci, conoscerci.
Io ero rappresentante di istituto, e lui diverse volte venne a parlare con noi, in coda a qualche assemblea, per farsi un’idea chiara di cosa volessimo, perché protestassimo.
Nell’agosto ‘83. Giancarlo contattò i diplomati con 60/60 per un pezzo chiestogli dalla redazione. Uno ero io. Gli dissi che avrei fatto il giornalista.
Mi guardò inclinando un po’ la testa di lato, come faceva di solito quando qualcosa non lo convinceva. “Sei sicuro?” mi chiese. Ancora non avevo veramente idea di cosa fosse la gavetta, di quanto fosse difficile entrare in quel mondo, e quanto stesse patendo per poterci riuscire. Me lo avrebbe spiegato lui, con calma, nei mesi successivi. Mi avvertì che mi sarei accorto a mie spese che sarebbe stata molto più dura di quanto avrei potuto immaginare. “Chi te lo fa fare?” mi chiese. “E a te?” gli risposi. Mi sorrise senza aggiungere altro.
Giancarlo era innamorato del suo essere cronista.
Come sarebbe oggi? Dove sarebbe arrivato? A cosa l’avrebbe portato la sua passione?
Cambiato, certo. Ma uguale a sé stesso.
Il “caso Siani” non sarebbe mai esistito.
Lui sarebbe ancora soltanto Giancarlo, pur dirigendo chissà quale testata nazionale.
Ma, di sicuro, avrebbe conservato la Mehari dentro di sé.